Aeroporto internazionale di Los Angeles
Howard Small scese dal Boeing con addosso un’agitazione che non provava dai tempi del college. Era rimasto altri quattro giorni in Alaska con suo cugino prima di rientrare a casa, e la settimana dopo lo aspettavano di nuovo al sito dei test. Quel breve soggiorno a Los Angeles era dovuto a un impegno precedente che non aveva potuto rimandare. Sebbene fosse fisicamente minuto, appena un metro e sessanta con un fisico sottile e una calvizie precoce, la folla di LAX sembrava allargarsi per fare posto al suo passo energico. Nella valigetta che teneva con nonchalance c’erano i risultati finali dei test sulla mini-talpa. Quelle informazioni rappresentavano non solo un’importante scoperta tecnologica, ma anche un mucchio di soldi. Una volta depositati i brevetti, Howard e la sua squadra dell’UCLA sarebbero diventati ricchi. Sorrise tra sé mentre si avviava lungo il corridoio affollato.
Il suo stato di eccitazione lo portò senza fatica al recupero dei bagagli e a ignorare l’orda di persone che si accalcavano convinte che accelerando il processo avrebbero potuto uscire prima dall’aeroporto.
Con una borsa sotto un braccio e una valigetta sotto l’altro, e la valigia grande che lo seguiva traballando sulle rotelle come un cane disobbediente, Howard si diresse all’uscita del terminal, nella notte californiana che lo aspettava oltre la porta. Se l’ignaro autista della limousine non avesse scelto proprio quel momento per tossire, Howard non avrebbe notato il tizio che teneva in mano un cartello con il suo nome. Si avvicinò circospetto all’uomo dalla carnagione scura.
“Sono il professor Small” disse.
“Ah, molto bene” rispose l’autista. “Mi permetta di aiutarla con i bagagli.”
“Aspetti un attimo.” Howard si rifiutò di mollare i bagagli. “Non aspettavo nessuna auto. Lei è sicuro che sta aspettando me?”
“Mi hanno detto di venire a prendere un certo dottor Howard Small che arrivava da Anchorage in Alaska.” Dall’accento dell’autista si capiva che era negli Stati Uniti da poco.
“Ha un’idea di chi l’abbia incaricata?”
“No, signore.”
Howard rise tra sé e parlò per suo piacere più che per comunicare con il laconico autista. La sua perplessità si era trasformata in soddisfazione: “Saranno stati i ragazzi del laboratorio che hanno già cominciato a spendere i loro guadagni.”
Buttò dentro le due grandi valigie e seguì l’autista nella notte. Nel bagliore delle rampe dell’aeroporto, quella limousine nera e fiammante luccicava come una pantera in mezzo ai taxi scalcagnati. L’autista aprì le serrature con un dispositivo, senza bisogno delle chiavi, aprendo una delle portiere posteriori prima di sistemare i bagagli nel baule. Howard non fece nemmeno in tempo a sistemarsi sull’elegante sedile che il lussuoso veicolo era già scivolato via dal marciapiede. L’interno dell’auto sapeva di detersivo.
“Ha il mio indirizzo di Glendora?” chiese Howard attraverso l’interfono. Lo schermo che divideva i due scomparti era alzato e Howard non riuscì ad abbassarlo.
“Sì, signore” rispose subito l’autista. Dopodiché l’interfono rimase muto.
Dato che la conversazione con l’autista arabo era fuori questione, Howard considerò la possibilità di prendere un drink dal minibar, ma si rese conto che nell’ultima settimana passata con Mercer aveva bevuto più che in tutta la sua vita. Howard ridacchiò di nuovo. Su sette giorni, sei mattine si era svegliato con un mal di testa feroce, mentre Mercer non aveva mostrato il minimo segno di postumi da alcool. Doveva avere delle budella più dure della roccia che scavava.
Ci volle più di un’ora per raggiungere il tranquillo quartiere a nord di Los Angeles in cui Howard aveva un modesto bungalow. Tra il fruscio delle gomme della limousine, le luci quasi ipnotiche dei veicoli e il borbottio occasionale dell’autista che parlava alla radio, Howard si lasciò cullare e si addormentò, svegliandosi solo quando l’auto entrò nel suo quartiere.
La casa di Howard era la terzultima di una via cieca che finiva a ridosso di una delle ultime zone boscose rimaste a Los Angeles. Erano da poco passate le dieci, tuttavia la strada era già buia e silenziosa. L’unica luce era quella dei lampioni e di qualche veranda illuminata. La limousine si fermò esattamente davanti alla casetta gialla e rossa di Howard Small. La familiarità dell’autista con il luogo avrebbe dovuto insospettire Howard, ma lui non ci fece caso.
Scese dall’auto e si guardò attorno, nella speranza che un vicino lo vedesse, ma persino la signora Potter che era perennemente in giro a portare a spasso il suo bassotto si era rintanata per la notte. Anche l’autista si guardò attorno, scrutando l’area con l’attenzione di un soldato. Recuperò le valigie nel bagagliaio e seguì Howard lungo il vialetto di accesso, passando accanto alla Honda dello scienziato, vecchia di dieci anni. Sulla porta, Howard cercò le chiavi mentre tirava fuori una banconota da dieci dollari per l’autista. Girò la chiave nella toppa e stava per prendere le valigie dalle mani dell’uomo quando questi lo scaraventò all’interno della stanza con una violenta spallata.
Howard cadde sulla moquette, senza fiato. Rimase disteso, ansimante, mentre l’autista lasciava cadere le valigie nell’ingresso e chiudeva rumorosamente la porta con un colpo d’anca. Teneva in mano una pistola automatica col silenziatore, pronta all’uso, quasi completamente nascosta dall’enorme mano dell’uomo. Prima che Howard potesse reagire, una delle luci del soggiorno si accese, rivelando la presenza di altri tre uomini, due arabi e un bianco caucasico con i capelli bianchi a spazzola e occhi chiarissimi. I due arabi stavano in piedi, mentre l’altro uomo se ne stava comodamente seduto in una poltrona imbottita, tenendo in mano un bicchiere quasi vuoto. Nonostante la scena fosse immobile, Howard intuì che quell’uomo era il capo e gli parve la persona più pericolosa che avesse mai incontrato.
Aveva ragione su entrambi i fatti.
Ivan Kerikov rimise il bicchiere sul tavolino, facendo attenzione a rimetterlo esattamente dove era rimasto il cerchio bagnato della condensa. “C’era nessuno là fuori quando sei arrivato con l’auto?” Aveva una voce bassa e minacciosa, con il forte accento gutturale della Russia, la sua patria.
“Nessuno ci ha visti entrare” disse l’autista, attraversando la stanza e mettendosi accanto agli arabi. I primi due erano corpulenti, minacciosi e con l’espressione piatta tipica delle guardie del corpo.
Il terzo arabo era più giovane di qualche anno, poco più che trentenne, di una bellezza crudele, con i capelli neri e un corpo asciutto e muscoloso come quello di uno scorpione. Spiccavano soprattutto i suoi occhi. Piccoli e scuri, con un fuoco nascosto che minacciava di divampare da un momento all’altro.
“Gliel’avevo detto che sarebbe stato facile catturarlo, Kerikov” disse il giovane arabo guardando i suoi compari in cerca di conferme.
“Chiudi quella bocca” sbottò Kerikov.
Era rischioso interrogare Small in casa sua, ma Kerikov non aveva potuto evitarlo. Aveva appreso di Howard Small solo il giorno prima e non aveva fatto in tempo ad acchiapparlo in Alaska, e neanche a impiantare una base più nascosta a Los Angeles. C’erano tuttavia dei vantaggi psicologici a torturare una persona in un luogo in cui si sente sicura, soprattutto in casa sua. Small giaceva sulla moquette e tremava come un bambino, con il labbro inferiore che si muoveva così tanto che per fermarlo dovette morderlo. Aveva gli occhi ingigantiti dalla paura.
“Qualsiasi cosa vogliate” disse balbettando “vi prego, non fatemi del male.”
Lo sguardo di Kerikov non si ammorbidì. Si chiese quante persone lo avevano supplicato di lasciarle vivere. Cento, di sicuro. Duecento? Probabilmente. Non che col tempo la cosa fosse diventata più semplice, né più complicata. Nella sua vita, torturare e interrogare la gente faceva semplicemente parte del suo lavoro, era necessario e abituale, come un avvocato che deve preparare una relazione.
Passarono alcuni interminabili secondi. Gli occhi di Howard erano incollati a quelli del russo, che si stava alzando dalla sedia.
“Non intendo rendere le cose più sgradevoli del necessario, professor Small.” Nella sua voce non c’era la minima traccia di comprensione. “Ma è necessario che lei comprenda la serietà delle mie intenzioni.”
Con tempismo teatrale, il giovane arabo il cui nome di battaglia, Abu Alam, significava letteralmente ‘padre del dolore’, lasciò la stanza per qualche istante e tornò con una borsa di tessuto dentro la quale si percepivano movimenti inquietanti. Howard riconobbe i versi del suo gatto, Sneaker, che si lamentava dall’interno. Le due guardie del corpo sollevarono Howard da terra e lo portarono in cucina, mentre Abu Alam si sporgeva sul lavandino tenendo in mano la borsa. Con un gesto fulmineo accese il dispositivo tritarifiuti.
“Mio Dio, no, vi prego. Farò qualsiasi cosa mi chiediate. Vi prego, non fatelo” gridò Howard.
Alam lo ignorò, tuffando una mano nella borsa ed estraendo un gatto maschio dal manto calico di tre colori e le zampe bianche. Aveva le zampe legate così strette con del nastro adesivo che non riusciva a difendersi, poteva solo contorcersi.
Rimasto in salotto, Kerikov ascoltava impassibile mentre le lame del tritarifiuti stritolavano la carne delle zampe del gatto per poi sbriciolare le ossa. Anche dopo che il gatto morì per lo shock, Abu Amal continuò imperterrito a frantumare la carcassa nel dispositivo, il cui motore rallentava quando doveva macinare le parti più dure fatte di ossa e cartilagini, fino a che l’intero animale fu ridotto a una poltiglia densa. Howard Small si dibatteva contro le due guardie e se non fosse stato per il bavaglio che glielo impediva, avrebbe voluto gridare per l’eternità.
Udendo i rumori sinistri che provenivano dalla cucina, Kerikov si disse che era troppo vecchio per fare ancora quel genere di interrogatori. Avrebbe dovuto essere in pensione ormai, e vivere in una dacia immersa in uno splendido bosco di betulle lungo il fiume Moscova, con uno studio tappezzato di onorificenze e un pettorale pieno di medaglie. Proprio in quel momento avrebbe dovuto essere mezzo ubriaco di Scotch, impegnato a scoparsi una bionda che lo Stato gli aveva regalato in segno di gratitudine per una vita passata al servizio del KGB. Se la Russia non si fosse svenduta, lasciandosi spazzare via da un’ondata di avidità, dalla corruzione e dall’accattivante pacchetto dello stile di vita occidentale, Kerikov non si sarebbe trovato seduto in una squallida casa di Los Angeles a cercare di strappare delle informazioni da un uomo così insignificante da non meritarsi neanche che gli sputassero addosso.
Kerikov aveva passato trent’anni nel KGB, facendosi spietatamente strada per scalare la gerarchia. Quando, tutto attorno, l’Unione Sovietica si era disintegrata, come lui aveva sempre pensato che sarebbe andata, era passato a dirigere una delle più fumose organizzazioni del sistema. Era entrato in possesso di una enorme mole di informazioni che nel nuovo ordine mondiale che sarebbe seguito lo avrebbe fatto diventare straricco. A differenza di altri funzionari degli alti ranghi del KGB, Kerikov non intendeva farsi travolgere dalle macerie del crollo dell’impero russo.
Quando l’Unione Sovietica venne smantellata, Kerikov era a capo del Settimo Dipartimento, divisione operazioni scientifiche: il braccio dei servizi di sicurezza dello Stato che pianificava ed eseguiva le operazioni più audaci mai intraprese dalla Russia.
All’epoca della Guerra Fredda, il Settimo Dipartimento aveva un budget paragonabile a quello dei programmi spaziali e vantava scienziati di calibro persino più alto. Le operazioni che aveva lanciato negli anni sessanta e settanta erano state progettate per essere realizzate solo dopo qualche decina d’anni. Tuttavia, quando Kerikov ne assunse la direzione verso la fine degli anni ottanta, buona parte del dipartimento era stata smantellata a causa delle difficoltà finanziarie. La Russia non poteva certo continuare a fare progetti che si sarebbero realizzati decine di anni dopo, in un momento in cui non si sapeva se il governo avrebbe resistito fino al mese successivo.
Sapendo che la fine era prossima, Kerikov riuscì a mantenere attive alcune operazioni cha avevano una certa vendibilità. Quando giunse il momento di lasciare la Russia e di incominciare una nuova vita, trafugò qualche progetto e si preparò a cederli a un potere esterno. Al giusto prezzo.
Subito dopo la sua partenza dalla Russia era riuscito per un pelo a vendere una delle operazioni del Settimo Dipartimento, chiamata ‘Operazione Vulcano’, a un gruppo di coreani per cento milioni di dollari. Se non fosse stato per l’interferenza di un ingegnere minerario americano e per il doppio gioco di un agente fidatissimo, Kerikov non sarebbe certo stato lì a tentare di portare via dalla Guerra Fredda un’altra delle operazioni del KGB.
‘Il Fiume Nero di Caronte’. Era stata concepita a metà degli anni settanta, quando la distensione era al minimo storico e il governo sovietico era convinto che sarebbe riuscito a vincere una modesta guerra nucleare contro gli Stati Uniti. L’operazione doveva essere la prima mossa per arrivare alla guerra, pensata per azzoppare il potere economico a breve termine dell’America. Ci vollero dieci anni prima che il Settimo Dipartimento riuscisse a installare il software necessario al suo successo. Nel frattempo il mondo era cambiato, e i rapporti tra le due super-potenze erano migliorati, ma Kerikov era andato avanti comunque e aveva gettato le basi per il ‘Fiume Nero di Caronte’, andando contro ordini precisi di Mikhail Gorbachev. Dato che all’interno del governo sovietico nessuno era al corrente degli sviluppi del progetto, quando Kerikov lasciò la Russia, il furto del progetto passò del tutto inosservato.
Dopo il fallimento di ‘Operazione Vulcano’, Kerikov aveva dovuto aspettare un anno che le acque si calmassero, prima di avviare la vendita di quella seconda operazione. L’incauta politica energetica del Presidente degli Stati Uniti aveva semplificato la sua ricerca di un compratore al punto che dopo aver sparso la voce aveva potuto scegliere tra una rosa di offerenti.
Ora, mentre Abu Alam si divertiva a frullare il gatto di Howard Small si chiese se aveva scelto l’uomo giusto. Nella sua vita aveva lavorato con svariati psicopatici. Dopo la guerra in Afghanistan molti dei suoi agenti addetti agli interrogatori del KGB si erano rivelati inadeguati a vivere nella società civile ed era stato necessario ucciderli anziché smobilitarli. Tuttavia, nessuno di loro era paragonabile ad Abu Alam: quell’uomo era decisamente degno di portare quel nome. Kerikov lo conosceva da poco tempo. Era il braccio destro di Hasaan bin-Rufti, il Ministro del petrolio di Ajman, l’uomo che aveva raccolto i soldi per finanziare il ‘Fiume Nero di Caronte’. Rufti avrebbe pagato a Kerikov cinquanta milioni di dollari in cambio del successo dell’operazione. Nella trattativa con Kerikov, Rufti aveva imposto che Alam facesse da assistente nelle fasi conclusive, come garanzia sull’immenso capitale che il Ministro aveva investito.
Kerikov aveva venduto il ‘Fiume Nero di Caronte’ a Rufti quasi un anno prima, e Alam aveva raggiunto il russo solo da un mese. La follia di quell’uomo stava già esasperando Kerikov. Spesso era necessario ammorbidire i soggetti da interrogare, ma l’idea di utilizzare il gatto era stata di Abu Alam, e adesso che il tritarifiuti aveva finalmente smesso di fare rumore, Kerikov capì che l’arabo si era realmente divertito. Un istante dopo, un Howard Small distrutto veniva riportato in salotto e lasciato cadere sul pavimento ai piedi di Kerikov. Abu Alam si asciugò le mani macchiate di rosso su uno strofinaccio. La sua giacca di pelle nera era imbrattata di macchie di sangue scure.
“Solo una domanda, professor Small, una domanda la cui risposta le risparmierà enormi sofferenze. Darci la risposta che vogliamo a lei non costerà nulla, ma le risparmierà un’agonia interminabile.” Kerikov parlava lentamente e con chiarezza, era consapevole che la sua vittima era già in stato di shock. “Vorrei sapere chi c’era a bordo della Wave dancer con lei e i suoi cugini all’inizio di questa settimana, quando avete trovato il relitto della Jenny IV.”
Dal primo istante in cui era entrato in casa, Howard Small aveva creduto che quegli uomini fossero spie industriali interessate al segreto della mini talpa. Non avrebbe mai immaginato che volessero un’informazione così innocua. Nei pochi secondi che gli ci vollero per riprendersi dallo stato confusionale in cui era piombato, vide Abu Alam attraversare la sala e sferrargli un violento calcio allo stomaco. Howard gemette da sotto il bavaglio, in un’agonia che gli penetrava in tutto il corpo, contorcendosi sul pavimento.
“Rispondigli.” Alam gli strappò il bavaglio, dandogli un altro calcio sprezzante che lo fece crollare di schiena.
“Basta così, Alam.” Disse bruscamente Kerikov. Non che provasse particolare compassione per Small, ma prendere a calci un uomo che era già sconfitto serviva solo a prolungare l’interrogatorio. Per di più, Kerikov era ancora infastidito dall’interrogatorio dei due cugini di Howard, in Alaska, pessimamente gestito.
Per caso aveva visto un articolo sul quotidiano di Anchorage che raccontava in dettaglio del ritrovamento della Jenny IV, la barca che aveva affittato. Erano solo un paio di paragrafi, ma veniva citato il nome della barca che aveva trovato il relitto. Kerikov aveva rintracciato il proprietario della Wave dancer e aveva spedito le sue due guardie del corpo personali, ex membri della polizia segreta della Germania dell’Est. Sia Jerry Small che il figlio adolescente erano morti durante l’interrogatorio, dopo aver rivelato il nome di Howard Small ma prima di rivelare il nome del quarto membro dell’equipaggio. I tedeschi avevano fatto in modo che sembrasse una morte accidentale, ma i loro errori costrinsero Kerikov ad andare in California. Doveva assicurarsi che quell’ultimo filo non lo portasse a un punto morto, nel vero senso della parola. La posta in gioco era troppo alta. Il fatto che qualcuno fosse salito a bordo della Jenny IV e avesse potuto vedere in cosa consisteva il suo ultimo carico era un rischio troppo grosso che non andava ignorato. Il ritrovamento di quella barca commerciale poteva mandare all’aria l’intera operazione.
La limitazione dei danni era sempre stata una delle grandi abilità di Kerikov, perché richiedeva decisioni spietate e la capacità di prevedere anche le conseguenze a lungo termine. Ed ecco che ora era alle prese con una questione aperta, a cercare di far sì che la perdita della Jenny IV non avesse altre ripercussioni. Kerikov estrasse una pistola col silenziatore da sotto la giacca e la puntò contro il ginocchio destro di Howard.
“Il primo sparo le staccherà la gamba all’altezza del ginocchio, professore. Se lei non mi risponderà, la affiderò alle mani ben più creative dei miei assistenti.”
“Philip Mercer” disse Howard singhiozzando, “era sulla barca con noi, è un ingegnere minerario.”
Quel nome fu una pugnalata. Kerikov tornò mentalmente alla Grecia dove era stato costretto a nascondersi da quando l’‘Operazione Vulcano’ era fallita. Si rivide seduto nel suo caffè preferito a leggere il giornale del mattino sorseggiando una tazza di caffè nero, scrollando le briciole del croissant dalle pagine del quotidiano. GLI AMERICANI SCOPRONO UNA NUOVA ISOLA VULCANICA NEL PACIFICO: il titolo lo aveva quasi fatto cadere dalla sedia. Il vulcano che avevano scoperto era quello che il Settimo Dipartimento aveva creato partendo da un’esplosione nucleare nel 1954. Era il suo vulcano, quello che lo avrebbe dovuto far diventare straricco.
Lesse l’articolo d’un fiato, cercando i nomi che era sicuro che avrebbe trovato. Valery Borodin, il figlio dell’uomo che aveva avviato il progetto. Borodin era uno dei tanti che Kerikov aveva svenduto in quelle ultime settimane, prima che tutto andasse in pezzi. Tish Talbot, la ragazza americana di Borodin, era l’unica sopravvissuta dell’equipaggio di una nave che era andata troppo vicino al vulcano prima che fosse pronto per essere scoperto dai soci di Kerikov. L’articolo diceva che lei avrebbe lavorato insieme al futuro marito all’estrazione del minerale chiamato “bikinio” che il vulcano aveva portato in superficie dalle profondità della terra.
E poi c’era un nome citato così casualmente che Kerikov quasi non lo notò. L’articolo era un comunicato stringato e diceva che il vulcano in realtà era stato scoperto da un ingegnere minerario americano di nome Philip Mercer. Kerikov non lo aveva mai sentito nominare, ma sapeva con assoluta certezza che quello era l’uomo che aveva mandato all’aria i suoi piani. Era Mercer che aveva cancellato la possibilità che Kerikov riuscisse a vendere il vulcano e la sua inimmaginabile ricchezza per poi ritirarsi nel totale anonimato.
Kerikov aveva considerato di far uccidere Philip Mercer. Aveva ancora contatti a sufficienza da commissionare un omicidio senza troppe difficoltà. Ciononostante, la prudenza lo aveva spinto a rimandare l’esecuzione di Mercer. La morte dell’americano avrebbe certamente resuscitato l’interesse internazionale verso la natura artificiale delle origini del vulcano e avrebbe messo Kerikov in pericolo.
Senza neanche rendersene conto, Kerikov sparò. Il proiettile lasciò un foro netto proprio in mezzo agli occhi terrorizzati di Howard Small e si espanse all’interno del cranio senza lasciare la ferita dell’uscita.
“Ripulite la casa” ordinò, “e fate in modo che il corpo non venga mai più ritrovato.”
“Conosci l’uomo che ha nominato?” chiese Alam mentre i suoi uomini infagottavano il corpo di Howard in una sacca da cadavere che si erano portati.
“Eccome se lo conosco.” Philip Mercer aveva visto la Jenny IV e forse era persino salito a bordo. E forse stava già risolvendo il mistero della sua distruzione. Kerikov gli aveva già risparmiato la vita una volta e non lo avrebbe certo fatto di nuovo. Diede un’occhiata al suo orologio, calcolò le differenze del fuso orario e fece una telefonata da un cellulare che portava sempre con sé.
Sebbene in un primo tempo avesse deciso di essere clemente, Kerikov sapeva già tutto di Mercer: dove viveva, dove trascorreva il suo tempo, persino i suoi ristoranti e bar preferiti. Per precauzione aveva incaricato un’agenzia investigativa di fornirgli rapporti mensili sugli spostamenti di Mercer, in preparazione del momento in cui si sarebbe vendicato del fallimento dell’‘Operazione Vulcano’. Era stato un guerriero fantasma per tutta la vita, ed era tornato il momento di colpire restando nell’ombra.
Al quarto squillo, una voce dal tono aristocratico rispose: “Pronto.”
“Abbiamo un problema.”